Mi
sono chiesto come la Chiesa nascente potesse essere così piena di
entusiasmo, di freschezza, di voglia di evangelizzare, se in realtà
la prima reazione di fronte all'annuncio della resurrezione fu di
scetticismo, di paura, di chiusura, cose ben simboleggiate da quelle
"porte chiuse per paura dei Giudei"... come è
possibile una voglia così grande di sentirsi Chiesa, al punto che -
ci dicono gli Atti degli Apostoli - "venivano aggiunti
credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne"?
Certo,
la risposta è immediata e semplice: tra "il primo giorno
della settimana" vissuto a porte chiuse, e quei giorni
passati nel tempio sotto il portico di Salomone c'è stata la
Pentecoste, con tutto ciò che è significata, con quel vento che si
abbatte impetuoso sulla stanza dov'erano radunati e le lingue di
fuoco che permettono loro di parlare in tutte le lingue.
Ma
non fu così immediato e semplice capire che era opera dello Spirito
Santo: potente finché vuoi, ma sempre molto misterioso e
incomprensibile rispetto al Maestro, a Gesù.
Quello
sì, i discepoli vorrebbero sempre vederlo, invece di rassegnarsi a
saperlo salito al Padre una volta per sempre... Vederlo risorto, è
la soddisfazione più grande, è una gioia incontenibile, è qualcosa
che non è capitato a tutti quelli che l'hanno visto morto, ma solo
"a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e
bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti", per
citare ancora un passo di Atti.
Certo,
il Risorto ha fatto visita ai suoi, e l'ha fatto in un modo tutto
particolare. L'ha fatto "il primo giorno" della
settimana, così come "il primo giorno" Dio creò il
cielo e la terra, perché dopo che lui, con la sua morte, ha fatto
nuove tutte le cose, ora con la resurrezione si ricomincia da capo.
Si
ricomincia a partire dall'accettazione che quel Cristo che ora
vediamo risorto, forte, glorioso, capace di passare anche attraverso
le porte chiuse del nostro cuore, è lo stesso Cristo che era morto
in croce, abbandonato e reietto dagli uomini, ultimo tra i
malfattori: per questo mostra loro le mani e i piedi forati dai
chiodi, perché nessuno, a Pasqua, dimentichi il Calvario.
Se
non accetti che il Calvario c'è stato, e che ci sarà sempre, la
Resurrezione rimarrà senza effetti nella tua vita.
E
si ricomincia a partire dalla pace, il primo dono del Risorto. Una
pace ricevuta, ma una pace che poi diventa impegno, trasmissione,
dono agli altri: "Pace a voi. Come il Padre ha mandato
me, anche io mando voi". Il Padre - lo sappiamo proprio dal
Vangelo di Giovanni - ha mandato Gesù nel mondo con l'unico incarico
di annunciare a tutti il comandamento dell'amore: questo stesso
annuncio è quello che ora Gesù affida ai suoi discepoli, pace e
amore, per ogni uomo e ogni donna, indistintamente. Gesù
non fa preferenze di persone, non fa gerarchie, non annuncia pace e
amore a qualcuno piuttosto che a qualcun altro, e nemmeno pone delle
priorità. L'annuncio, il dono di pace e amore è dato a tutti. È
significativo, infatti, come Giovanni collochi Gesù nel momento in
cui appare ai discepoli: per ben due volte in pochi versetti (e
quindi significa che è veramente così) ci dice che Gesù "stette
in mezzo". Non è un particolare di poco conto, ancor più
in un Vangelo come quello di Giovanni in cui i particolari sono di
fondamentale importanza.
Un
Maestro nei confronti dei suoi discepoli si pone sempre "di
fronte", o "in alto", in atteggiamento appunto di
insegnamento frontale. Ma un Maestro che insegna frontalmente, come
in una classe, ha di fronte a sé gli alunni disposti secondo delle
gerarchie più o meno consolidate: i bravi davanti, e gli "asini"
dietro; i migliori in prima fila e i peggiori nell'ultima...
Niente
di tutto questo: con Gesù, che sta in
mezzo, tutti quanti si trovano alla stessa distanza da lui, ovvero
allo stesso piano, sullo stesso livello, senza una priorità, senza
una gerarchia, ma in comunione, proprio come è bene espresso dalla
circolarità. Facendo così, non fa altro che ribadire,
con il suo comportamento, ciò che nell'ultima cena narrata da Luca
aveva lasciato come testamento ai suoi discepoli: "Io
sono in mezzo a voi come colui che serve".
E
a stare nel mezzo, e non di fronte, Gesù ci tiene anche nel momento
estremo del Calvario, dove viene crocifisso con due malfattori, "uno
a destra, uno a sinistra, ed egli nel mezzo".
È
totalmente "in mezzo" a noi, nel mezzo della nostra
esistenza, invischiato fino in fondo nella nostra umanità, facendoci
tutti uguali di fronte a Dio, senza preferenze né favoritismi: il
Dio morto come servo risorge pure come servo, in mezzo all'umanità,
trattando tutti quanti come suoi fratelli.
E
Tommaso, da noi visto sempre come l'emblema dell'incredulità,
dell'ateismo, dell'uomo lontano da Dio, in realtà è un discepolo di
profonda fede, e lo si vede nella storia della sua vicenda personale
con Gesù. Quando Gesù è minacciato di morte dai Giudei e rischia
la pelle per andare a resuscitare Lazzaro, Tommaso è l'unico pronto
ad "andare a morire con lui"; quando dopo la
Resurrezione i discepoli tornano a pescare sul lago di Tiberiade, è
citato da Giovanni subito dopo Simon Pietro, secondo solo a lui; è a
lui che Gesù rivela di essere "la Via, la Verità e la
Vita"; è sua la professione di fede più bella di tutti i
Vangeli, "mio Signore e mio Dio!",
ovvero mio tutto, mio assoluto.
Se
questo è Tommaso, come ci viene da pensare di piazzarlo tra i
peggiori increduli, atei e miscredenti, miracolosamente convertito da
Gesù con l'ostensione dei segni della sua passione?
No,
Tommaso non è l'ateo miscredente: è "l'incredulo"
sbalordito e meravigliato dalla potenza della resurrezione, di fronte
alla quale s'interroga, di fronte alla quale vuole vederci chiaro, di
fronte alla quale non gli basta il "sentito dire" degli
amici, vuole portare a compimento lui la sua bella e personale storia
d'amore con Dio.
Anche
nella nostra vita di fede, ben vengano, allora, dubbi, interrogativi,
domande, desiderio di capire, desiderio di approfondire, volontà di
non dare nulla per scontato: tutto questo ci farà esclamare, con
Tommaso, "mio signore e mio Dio!".
(don
Alberto Brignoli)
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,19-31. La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.